Riapriranno le case chiuse?

Aggiornato il: 29 gen 2020

Era la mezzanotte del 20 settembre 1958 quando, a seguito dell’approvazione del disegno di legge della senatrice socialista Lina Merlin, furono abolite le case chiuse.

Fino ad allora la prostituzione era gestita all’interno di quelli che si definivano “bordelli”, “casini”, “case di tolleranza” o, appunto, “case chiuse” proprio perché i luoghi in questione erano sempre serrati per non mostrare da fuori ciò che accadeva all’interno.






Un costume antico

quello dei bordelli, che risale all’antica Roma e che non si fermava ai confini italiani.

La prostituzione veniva gestita in locali specifici e i clienti potevano essere di rango modesto o benestanti.

Perché facciamo questo tuffo nei ricordi?

Perché in questi ultimi mesi si è parlato, anche in sede di Senato, dell’eventualità di riaprire le case chiuse. Il ministro Matteo Salvini, così come altri esponenti politici, ne sono favorevoli e lo hanno più volte confermato durante interviste o dibattiti pubblici. Per una questione di sicurezza, di tutela, di igiene, di maggiore garanzia della donna: ecco alcuni dei motivi addotti alla causa.

Cerchiamo allora di analizzare, seppur in breve, quanto e se ciò sia fattibile. Un aspetto degno di rilevanza è dato dalla opinione della gente. Oltre il 70% delle persone contattate – in un sondaggio di marzo 2019 – si è dimostrato favorevole alla riapertura delle case di tolleranza. Non c’è da stupirsi di questo risultato. La gente comune abbina facilmente la prostituzione su strada a vari problemi di ordine pubblico, al degrado della città, alla violenza che ne può derivare.




La riapertura delle case chiuse risolverebbe questi problemi sociali?


Forse in parte sì, anche se bisogna entrare nella questione analizzando l’attuale condizione di prostituzione esistente. Oggi la prostituzione non si svolge prevalentemente su strade: vi sono un numero imprecisato di locali adibiti a funzione diverse che raccolgono un giro rilevante di prostitute. Centri di massaggi, locali di relax, spesso persino “bar” – sovente gestiti da cinesi – sono in realtà veri e propri luoghi che un tempo si definivano bordelli, seppur nascosti.

Il grave tema sociale della tratta delle schiave probabilmente avrebbe un controllo migliorativo; diciamo probabilmente, perché chi tratta le schiave prostitute saprebbe gestire senza difficoltà lo stesso mestiere anche all’interno di strutture chiuse.

Stesso dicasi per la questione igienica: ancora oggi, alle soglie del 2020, la stragrande maggioranza di clienti chiedono alle prostitute rapporti sessuali non protetti. Cosa cambierebbe all’interno di case chiuse? Poco, forse niente.

Degno di nota, comunque, resta il risultato del sondaggio anonimo svolto a metà del 2019 in cui è stato chiesto direttamente alle prostitute da strada cosa ne pensassero della riapertura delle case chiuse. Oltre il 65% delle intervistate ha espresso parere favorevole. Non vi è da biasimarle: certamente, in qualche forma che sperano sia fattibile, si sentirebbero più tutelate.



Lo stesso sondaggio, svolto però intervistando solo le escort, ha dato risultati totalmente differenti. Per tale categoria di prostituzione la riapertura delle case chiuse non ha nessuna rilevanza, anzi il 78% delle escort ha dichiarato di essere contraria a questa ipotesi. Anche in questo caso vi è una motivazione ragionevole dietro tale apparente controsenso.

Il mestiere della prostituta da strada si discosta sensibilmente da quello della escort; nel primo caso possiamo parlare di prostituzione “di basso rango” – prendendo in prestito i termini dell’antica Roma – e quindi con problematiche più evidenti, come già accennate;



nel secondo caso parliamo di prostituzione “di borghesia”, laddove il cliente è consapevole di spendere una tariffa nettamente alta a fronte di una compagnia ed una prestazione di diverso rango. Forse questo – e il forse qui è d’obbligo – è percepito dalle escort in questione come una forma di tutela e pertanto la riapertura di case di tolleranza non incrementerebbe il loro guadagno.

La escort ha una gestione del proprio cliente più ragionata, è persino libera di non accettare un cliente qualora lo ritenga sconveniente o pericoloso; diverso è il potere decisionale di una prostituta da strada, spesso controllata da capi criminali, quasi sempre senza permesso di soggiorno e pertanto sotto continua minaccia. Sono forse questi i motivi della disparità di idee fra le due categorie di prostituzione.


Le 200.000 escort in Italia (un numero altissimo, ovviamente difficile da immaginare proprio perché il loro mestiere non è in vista), a conti fatti, che benefici avrebbero dall’eventuale apertura di case chiuse? Nessuna. Il loro alto tenore di affari si abbina ad un controllo più reale del cliente. Basti pensare che, attraverso i loro portali web oppure attraverso nuove applicazioni come whatsescort.com, hanno il controllo persino dei numeri di telefono dei potenziali clienti.


Possiamo credere che le case chiuse saranno un giorno riaperte?

Per ora questa ipotesi, seppur così ventilata persino da politici di alto spessore, allo stato dei fatti non è possibile, e non lo è per un motivo di legge spesso dimenticato: nel 1949 l’Italia firmò una convenzione con le Nazioni Unite a cui aderiva in maniera piena e attiva; una parte di questa convenzione – l’Art.2, per esattezza – sostiene che non si posso gestire case chiuse o bordelli.

In attesa di eventuali cambiamenti di programma, le cose restano invariate. Con amarezza per le prostitute da strada; con buona pace per le escort.




#Bordelli #Casechiuse #MatteoSalvini

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